Con due distinte note trasmesse rispettivamente il 16 e il 22 luglio 1928 alla Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione, tali Luigi Cocco di Campobasso e Luigi Greco di Larino accusarono il compianto don Vincenzo Levante, di “aver venduto” una statua di San Michele Arcangelo appartenente alla chiesa di San Francesco in Larino riconosciuta, appena un anno dopo (1929), “Edificio Monumentale”. Entrambi ebbero l’ardire di precisare che della vicenda era stata interessata anche la Procura del Re.
Prima di andare oltre ritengo necessario sottolineare che il benemerito Canonico Vincenzo Levante, Autore di un prezioso dattiloscritto inedito dal titolo “Larinum” custodito nell’Archivio Storico Diocesano, allora Cancelliere vescovile di Larino e Rettore della locale chiesa dedicata al Santo Patrono d’Italia (fino al 1811 appartenente ai Francescani Conventuali), vanta un “curriculum” d’eccezione. In questa sede mi limito a sottolineare che fu il principale artefice del titolo di “Basilica” (primo in assoluto legato al Molise) ottenuto con Breve pontificio emesso nello stesso mese ed anno per la cattedrale di Larino; che fu nominato dal competente Ministero Ispettore Onorario per i “Monumenti, Scavi e Oggetti di Antichità e d’Arte”, carica che mantenne fino al decesso; che gli fu conferita l’onorificenza di Cavaliere della “Corona d’Italia”.
Tornando alla presunta alienazione della statua, il Soprintendente all’Arte Medioevale e Moderna degli Abbruzzi e del Molise, prontamente interessato da Roma, il primo agosto successivo assicurò che il simulacro del Principe della Milizia Celeste si trovava presso la sede della Soprintendenza a L’Aquila e che era del tutto infondata l’indagine da parte della Procura del Re.
Due anni prima (estate 1926) lo stesso Soprintendente visitando la chiesa larinese di San Francesco, trovò sul pavimento un frammento di statua “in pietra” policromata, presumibilmente del XVIII secolo e riscontrando quel pezzo “assai interessante specialmente per la policromatura e per alcuni caratteri della scultura”, ritenne necessario ricercare altri rottami. Fu così che il Canonico Vincenzo Levante, come già accennato Rettore di quel sacro edificio, gli mostrò, in un armadio, diversi frantumi dell’immagine, la cui parte più corposa “da anni giaceva in quel sito”. L’alto funzionario pregò don Vincenzo Levante di riunire e mandare subito il tutto a L’Aquila, presso la sede della Soprintendenza, “per tentare la ricomposizione”. La statua fu restaurata, ma non restituita subito perché era desiderio della Soprintendenza di avanzare al competente Ministero la proposta di acquisizione per conto dello Stato.
Dopo dieci anni e precisamente tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre del 1938, la “statua in pietra”, proprio su insistente richiesta del Canonico Levante, che nel frattempo tornò alla Casa del Padre, fu riconsegnata al Canonico di L’Aquila mons. Alfredo Orpelli, appositamente incaricato dalla Curia vescovile di Larino, che curò l’imballaggio e la spedizione.
Giunta l’opera a Larino, la locale Curia vescovile lamentò subito inconvenienti non certo di poco conto. Il funzionario incaricato dal Soprintendente, con una rapida risposta, così si espresse: “a riscontro di quanto scrivete […] debbo assicurare che la statua di S. Michele restituita a cod. Ven. Curia per mezzo di don Orpelli è senza dubbio e senza alcuna possibilità di equivoco quella che, in più pezzi, fu inviata […] a questo Ufficio per essere restaurata. Posso ammettere magari che, anziché in pietra, come è stato detto, essa sia di gesso o di calcare gessoso poi ricoperto di una policromia che rende difficile, a prima vista, il riconoscimento della materia di cui è formata. La statua fu restaurata vari anni fa, da persone che, non facendo più parte di questo Ufficio, non sono in grado di fornirci attualmente delucidazioni in proposito. In ogni modo, però, escludo nella maniera più assoluta l’eventualità di uno scambio, perché la corrispondenza fra l’oggetto preso e quello restituito risulta in forma inequivocabile anche dai registri nei quali, previa numerazione e descrizione, questa Soprintendenza annota quanto le perviene in deposito e quanto restituisce dopo i restauri. Quindi l’errore (se errore c’è stato) si limita solo ad un impreciso apprezzamento della materia di cui consta la scultura da parte di chi ha fatto l’annotazione nei citati registri. Quanto al fatto che l’opera vi sia pervenuta in pessimo stato e rotta in più parti, mi sorprende vivamente che cod. Ven. Curia se ne lamenti presso questo Ufficio il quale, di fronte alla pressante richiesta […] non ha fatto altro che consegnare la statua […] a mons. Orpelli (appositamente incaricato) che ne curò l’imballaggio”. Dopo aver fornito ulteriori precisazioni, il funzionario concluse dicendo: “Stando così le cose […], debbo avvertire che questa Soprintendenza riparerà ancora una volta la statua, ma non potrà riconsegnarla […] che dietro rifusione delle spese sostenute per tale nuovo restauro, per l’imballaggio più adatto (eseguito secondo le prescrizioni di questo Ufficio) e se non quando abbia la certezza che l’oggetto sarà ben conservato”.
A quel punto la Curia frentana decise di tenersi il simulacro senza sottoporlo a ulteriori interventi. Fu deciso, allora, di depositarlo, almeno temporaneamente, in un sottano della cattedrale di Larino dove, purtroppo, rimase per un tempo abbastanza lungo. Intorno all’anno Duemila, ottenuta l’autorizzazione della competente autorità ecclesiastica, ho provveduto a portarlo (insieme ai pezzi recuperati) nel Museo diocesano dove si trova tuttora.
Intanto nel 1926 sorse un Comitato, presieduto dal sempre benemerito don Vincenzo Levante, che, lodevolmente, si propose di raccogliere fondi per il restauro del monumentale sacro edificio. I lavori iniziarono subito, però, appena smantellata la copertura, fu riscontrato che l’armatura era completamente da sostituire perché, tra l’altro, minacciava la cupola affrescata nel 1747 dal noto pittore molisano Paolo Gamba. Su di essa, infatti, insisteva tutto il peso del tetto “per la deformazione delle incavallature”. Era necessario intervenire con urgenza anche per rafforzare il ricco altare maggiore che incombeva “imminente rovina a causa di una inclinazione indietro prodottasi per il cedimento delle fondamenta”. La spesa prevista venne così ad essere più che raddoppiata ed il Comitato non riuscì a trovare fondi ad integrazione di quelli già raccolti. Su proposta della competente Soprintendenza di stanza a L’Aquila, vennero subito eseguite le indispensabili perizie che indussero la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione ad intervenire con un contributo di undicimila lire a cui si aggiunsero altre cinquemila lire messe a disposizione dall’Amministrazione del Fondo per il Culto del Ministero della Giustizia e degli Affari di Culto. I lavori, compreso quelli del risanamento degli affreschi del Gamba, proseguirono e giunsero regolarmente al termine.
Fonti: Archivio Centrale dello Stato, Roma; Archivio Storico Diocesano, Larino.
Giuseppe Mammarella
Direttore dell’Archivio Storico Diocesano di Termoli-Larino

Chiesa di S. Francesco a Larino con la statua di S. Michele (visibile a sinistra) in uno scatto di fine Ottocento

