L’Azione Cattolica diocesana dà il via al nuovo anno associativo: “Vino nuovo in otri nuovi”

Il 12 settembre 2026 l’Azione Cattolica diocesana si è ritrovata per dare inizio al nuovo anno associativo 2026/2027 presso il plesso dell’Istituto Comprensivo “John Dewey” di Portocannone.

Insieme alla Presidenza diocesana, si sono ritrovati i responsabili associativi, educatori ed animatori delle varie realtà territoriali di Azione Cattolica presenti in diocesi. Una giornata all’insegna della gioia per ascoltare, approfondire, riflettere e condividere lo spazio associativo attraverso il valore delle relazioni autentiche e significative.
Il tema che accompagnerà l’Azione Cattolica Italiana per l’anno associativo 2026/2027 è “Vino nuovo in otri nuovi” (Mc 2,18-22).

Dopo il momento iniziale con i saluti ai partecipanti, ai relatori presenti e i ringraziamenti per la fattiva collaborazione alle istituzioni locali, in persona del sindaco Francesco Gallo al parroco Don Fernando Manna ed all’Azione Cattolica di Portocannone, in qualità di associazione ospitante, da parte del presidente diocesano Pio Giacinto Cirelli, la giornata si è aperta con l’intervento di Mons. Claudio Palumbo, Vescovo della Diocesi di Termoli-Larino, che ha approfondito l’icona biblica. Di seguito un estratto dell’intervento.

“Il Vangelo dell’Otre Nuovo intesa come una spiritualità in movimento. Il breve passo evangelico si presta in modo perfetto a declinare il cammino associativo, la formazione e corresponsabilità ecclesiale che caratterizzano l’Azione Cattolica. Nel brano non si condanna la tradizione, ma è un invito a riconoscere la novità assoluta della Sua presenza, concludendo con l’immagine del vino nuovo in otri nuovi. Questa pagina evangelica risuona come un forte appello all’identità ed alla missione per gli appartenenti all’Azione Cattolica. Il brano si articola in tre passaggi chiave:
1. La gioia dello Sposo (una fede che fa festa): Gesù paragona il tempo della sua presenza a un banchetto di nozze. La fede cristiana non è anzitutto una lista di regole, di doveri o di tradizioni da difendere per abitudine. E’ la gioia di una relazione viva con lo Sposo. Questo ci ricorda che l’associazione non è una “macchina organizzativa” che deve produrre eventi, ma uno strumento per custodire e far crescere la gioia dell’incontro con Cristo. I nostri gruppi (ACR, Giovani, Adulti) hanno senso solo se sono luoghi in cui si sperimenta la bellezza dell’essere “amici dello Sposo”. Prima del fare, viene la gioia del camminare insieme a Lui.
2. Il rischio del “rattoppo” (il coraggio del cambiamento): C’è sempre la tentazione di rispondere alle sfide del mondo di oggi con logiche vecchie, limitandosi a “rattoppare” dinamiche che non funzionano più (il famoso “si è sempre fatto così“). L’Azione Cattolica è per sua natura un’associazione “estroversa”, chiamata a leggere i segni dei tempi. Il Vangelo ci chiede il coraggio di interrogarci: stiamo lasciando che lo Spirito rinnovi le nostre menti e le nostre strutture?
3. Otri nuovi per il vino nuovo (formazione e profezia): il vino nuovo della Grazia ha bisogno di otri nuovi, cioè di strutture, mentalità e cuori capaci di elasticità, pronti a dilatarsi per contenere la novità dello Spirito Santo. L’otre nuovo è lo stile dell’AC, una formazione permanente che plasma la coscienza laicale , la scelta democratica, la sinodalità vissuta e la corresponsabilità con i pastori. Essere “otri nuovi” oggi significa essere laici capaci di abitare il cambiamento, di stare nel mondo della scuola, del lavoro, della politica e della quotidianità con una mentalità evangelica aperta, accogliente e mai rigida, significa saper accogliere le nuove povertà e le nuove domande di senso delle persone.
Ai tre passaggi chiave abbiniamo valore ed opportunità della parola chiave “generare“, perchè si inserisce al cuore del’anno associativo dell’Azione Cattolica, che ha scelto questo brano come icona biblica. Gesù è venuto a generare una vita nuova. Per l’Azione Cattolica, la parola generare in questo brano assume tre significati vitali:
1. Generare processi, non occupare spazi: Papa Francesco ripeteva spesso che il tempo è superiore allo spazio. Generare significa avere la pazienza e il coraggio di avviare dinamiche nuove di ascolto e di evangelizzazione nei territori, anche se i frutti non sono immediati. Significa non accontentarsi di “riempire le stanze” della parrocchia, ma generare discepoli capaci di essere fermento nella società, nel lavoro e nella cultura.
2. Generare novità nello stile formativo (gli otri nuovi): l’otre ha il compito fondamentale di custodire il vino e permettergli di maturare senza spaccarsi. L’otre vecchio è la mentalità rigida e il ritualismo, l’otre nuovo ha la plasticità di chi sa adattarsi. Il testo per la formazione degli Adulti o le proposte per i Giovani sono pensati con il metodo Vita-Parola-Vita. Oggi formare significa generare una coscienza laicale adulta, significa che i nostri gruppi devono essere laboratori in cui si genera una fede pensata, capace di dialogare con la complessità del mondo contemporaneo e con le domande più profonde delle persone e, non luoghi di ripetizione di nozioni.
3. Generare la gioia dell’incontro (il tempo dello sposo): la gioia del banchetto nuziale è l’energia che dà vita al vino nuovo. Non si può generare nulla se si è spenti, affaticati o ripiegati sui propri problemi associativi. Come associazione, l’Azione Cattolica è chiamata a generare speranza e fraternità. Dall’ACR agli Adulti, ogni incontro deve far sperimentare la bellezza di essere comunità salvata ed amata. Possiamo generare vita negli altri solo se noi per primi ci lasciamo rigenerare continuamente dalla relazione viva con Cristo.”
A seguire un momento di meditazione personale sul brano evangelico e di risonanza i partecipanti si sono divisi in laboratori in base ai settori ed articolazione di appartenenza.
Dopo la pausa pranzo, dove si è assaporata la condivisione e la convivialità fraterna, i presenti hanno ascoltato l’intervento di Angela Paparella, consigliere nazionale del Settore Adulti di Azione Cattolica proveniente dalla Diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, che si è soffermata sul tema di approfondimento proposto dal consiglio diocesano di AC. Titolo del tema “Adulti di AC: la sfida nel quotidiano… trasmettere la fede con accoglienza e dialogo”; una riflessione sul ruolo degli adulti nella Chiesa e nelle nostre associazioni e la testimonianza della fede attraverso il dialogo e l’accoglienza.
Ecco una sintesi strutturata dell’intervento che racchiude i passaggi chiave.
“Quando si fa una proposta formativa agli adulti, bisogna fare attenzione ad una pluralità di vite, di persone, di situazioni, di realtà che, insomma, si fa fatica a comprendere nel loro insieme e nella loro specificità. Il percorso di riflessione che come Settore Adulti è stato fatto in questo tempo, negli ultimi anni e che continua ancora,  è sintetizzata nella pubblicazione di “Le stelle e la strada”, un piccolo vademecum, un testo molto pratico, con delle indicazioni concrete per seguire gli adulti nelle loro condizioni di vita e che affianca gli strumenti associativi quali le schede formative proposte nei sussidi elaborati nel corso del tempo. Bisogna essere un po’ provocanti, bisogna un po’ immaginarsi anche il nostro futuro, i nostri contesti che cambiano, che si evolvono.
Come elaborare una proposta formativa per gli adulti di oggi. Il punto di partenza fondamentale è che l’idea tradizionale di adulto come persona stabile, compiuta e solida non esiste più. Oggi l’età adulta è caratterizzata da fluidità, incertezza, fragilità e continui cambiamenti.
Le classiche fasi della vita (infanzia, adolescenza, gioventù, età adulta, vecchiaia) si sono dissolti, generando fenomeni di sovrapposizione in cui si assiste a preadolescenti con atteggiamenti da adulti (i cosiddetti “tweenager”) e a giovani o adulti che regrediscono a dinamiche adolescenziali, annullando talvolta anche le giuste distanze nei rapporti genitori-figli.
Questa fluidità richiede di ripensare l’accompagnamento formativo e sociale, calibrandolo sulle nuove identità che caratterizzano oggi l’età adulta:
– i giovani adulti: prolungano la fase giovanile, faticando a prendere decisioni di vita definitive (anche a 30 anni). Hanno difficoltà a fidarsi, a creare legami profondi e vivono un isolamento relazionale spesso mascherato dall’iper-connessione social.
– la generazione “sandwich” (40-50enni): sono schiacciati tra due fronti di cura: i figli piccoli e i genitori anziani. A causa di questo carico familiare, faticano a trovare tempo per impegni sociali e associativi.
– gli adulti “di mezzo” (i veterani dell’associazione): persone cresciute nell’associazione che hanno ricevuto molto in passato, ma che oggi faticano a mettersi in gioco e ad assumersi responsabilità. Rischiano una “sterilità sociale”, chiudendosi nel privato o spostando il bisogno di accudimento su fronti meno impegnativi (es. gli animali domestici) per evitare la fatica e le frustrazioni delle relazioni umane.
– gli adultissimi (terza età): chiedono di non essere visti solo come “presenze fedeli” che fanno numero. Molti di loro sono ancora pilastri economici e di supporto per le famiglie dei figli; altri cercano nuovi modi per sentirsi utili e spendersi fino alla fine.
Molti adulti, infatti, sentono l’esigenza di ritagliarsi uno spazio vitale che vada oltre i tradizionali ruoli di cura, come il fare i nonni, per dedicarsi ad attività legate alle proprie passioni e alla propria crescita personale. Si cerca, in sintesi, una via alternativa per investire il proprio tempo in modo significativo.
A condizionare pesantemente la quotidianità di tutte queste categorie intervengono due grandi cambiamenti legati al tempo e allo spazio; oltre alle dinamiche personali, ci sono fattori sociali e lavorativi che rendono difficile la partecipazione associativa e formativa.
Il primo è il nomadismo o la mobilità fisico/a e mentale, dettato da una mobilità lavorativa temporanea e continua che frammenta l’appartenenza a un territorio o a un gruppo.
Il secondo è l’avvento del lavoro totalizzante: i confini tra professione e vita privata si sono annullati (soprattutto con lo “smart working”), il tempo personale si è ristretto e le energie per frequentare percorsi formativi o associativi vengono assorbite del tutto, complice anche l’ansia da formazione e aggiornamento professionale continuo, assorbendo ulteriore tempo.
A fronte di questo bisogno di tempo per sé, emerge una forte richiesta di qualità. Le persone non sono più disposte a investire energie in proposte formative o associative prive di passione o preparate in modo approssimativo. Se la proposta non è di alto livello, l’impegno viene a mancare. Assicurarsi di offrire un’esperienza che faccia realmente la differenza.
Un altro tema cruciale è il rapporto con il proprio corpo e l’accettazione dei suoi limiti legati all’età. La crescente attenzione per il benessere fisico, il mantenersi in forma non è un fatto puramente estetico, ma si intreccia con la ricerca di una spiritualità diversa. Le persone si allontanano dalle forme di aggregazione cittadine tradizionali o strutturate, per cercare spazi di relazione e di compagnia più umani, capaci di restituire leggerezza e autenticità. Anche chi cerca un’esperienza religiosa spesso non trova risposte in modelli antiquati o troppo rigidi; ha bisogno di una spiritualità complessa, che si incarni nella realtà quotidiana e si prenda cura della persona nella sua interezza.
La vita è segnata da snodi cruciali: un cambio di lavoro, la nascita di un figlio, l’insorgere di una malattia. Questi momenti inaspettati funzionano come “scambi ferroviari” dell’esistenza e possono provocare veri e propri terremoti interiori che mettono in discussione ogni certezza, inclusa la fede. Di fronte a queste crisi di significato, si aprono due strade: l’abbandono della fede, oppure il passaggio da una religiosità “associativa” e tradizionale a una fede profondamente personale e matura. Le comunità devono imparare a stare accanto alle persone che attraversano queste transizioni, accompagnandole senza giudizi e senza pretendere che si adeguino a schemi prefissati.
Queste trasformazioni non devono essere giudicate come un declino, ma lette come la nuova cornice in cui le persone si muovono. Riconoscere queste fatiche, i nuovi bisogni,  è l’unico modo per proporre un’educazione e un accompagnamento capaci di incrociare la vita reale degli adulti senza risultare scollegati dalla realtà. Per poter accompagnare e formare gli adulti oggi, chi educa non deve giudicare questi cambiamenti, ma deve prima di tutto riconoscerli e accoglierli, trasformando queste nuove fragilità in opportunità di incontro.”

Al termine dell’intervento, attraverso il laboratorio intitolato “Ascoltare la vita”, i partecipanti hanno fatto un ulteriore riflessione e restituzione dell’esperienza vissuta.
Infine, la giornata si è aperta con un momento di preghiera e conclusa con la preghiera associativa recitando il brano del Vangelo guidata da don Gianfranco Mastroberardino, assistente unitario dell’Azione Cattolica,
Presidenza diocesana di Azione Cattolica
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