«Giacché vi siete degnato di farmi vescovo pregate Iddio che non mi perda l’anima»
DALL’OSSERVATORE ROMANO DEL PRIMO AGOSTO 2026
di Mario Colavita
C’è chi ha definito Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), vescovo, dottore della Chiesa e fondatore dei redentoristi, del quale oggi 1° agosto ricorre la memoria liturgica, «gentiluomo, ricco di buon senso, un molto simpatico santo napoletano» (Benedetto Croce). Ulteriore conferma della cordialità e della bontà di sant’Alfonso è offerta dal volume Monsignore si diverte che padre Oreste Gregorio (1903-1976) preparò per la congregazione del Santissimo Redentore. L’opera vide la luce nel 1962, nel clima delle celebrazioni per il secondo centenario della nomina di sant’Alfonso a vescovo di Sant’Agata dei Goti. Frutto di un paziente e accurato lavoro di ricerca, essa restituisce un’immagine del santo diversa, più viva e autentica, contribuendo a superare lo stereotipo di un Alfonso austero e cupo. Con una documentazione storicamente rigorosa, padre Oreste aprì una luminosa finestra sulla vita di de’ Liguori, santo del Secolo dei Lumi, mettendone in risalto l’umorismo, il sorriso e la profonda umanità.
Sfogliare il volume significa rileggere la vicenda umana e spirituale di sant’Alfonso vescovo alla luce delle sue virtù. Ne emerge il ritratto di un uomo sereno, allegro, di un fine senso dell’umorismo. Tra gli episodi narrati vi è quello della nomina a vescovo. L’elezione fu per lui un vero fulmine a ciel sereno. Convinto di essere ormai vicino alla morte, accettò la nomina solo per obbedienza al Papa. Se molti si ammalavano per non essere stati nominati vescovi, Alfonso si ammalò perché lo era stato. Come scrisse Albino Luciani, «i Redentoristi giubilarono, Alfonso, invece, restò muto e disfatto». Avendo fatto voto di non accettare cariche o privilegi, presentò subito la rinuncia. Clemente XIII la respinse e, tramite il nunzio Andrea Negroni, gli ordinò di accettare. De’ Liguori allora senza allarmarsi più di tanto, posto il plico pontificio della nomina ai piedi del Crocifisso, congiunte le mani, chinò il capo e disse: «Questa è la volontà di Dio. Gloria Patri!Dio mi vuole vescovo, ed io voglio essere vescovo».
La gioia fu grande in casa de’ Liguori. Ora si trattava di procurare al neo eletto gli abiti e il necessario per il suo ruolo. Alfonso Maria era un uomo semplice e detestava formalità e lusso. A quanti gli fecero capire che doveva provvedersi di una carrozza, un cameriere in livrea e altre cose, con aria bonaria rispondeva: «Se per ubbidienza ho accettato il vescovato debbo imitare i santi vescovi, e non mi state a dire carrozze e livree. Che ho da andare facendo il bagascio per Napoli?». Giunto a Roma per la consacrazione episcopale, ebbe più volte udienza con Clemente XIII. Confessandogli la sua salute malferma e il timore di non essere all’altezza del ministero, si sentì rispondere: «L’ubbidienza sa far miracoli: confidate in Dio, ché Dio vi aiuterà». L’11 giugno 1762 Alfonso sostenne al Quirinale il prescritto esame davanti al Pontefice e a una commissione di cardinali. Al termine, gli suggerirono di rivolgere al Papa un breve di ringraziamento. Rispose con disarmante semplicità: «Beatissimo Padre, giacché vi siete degnato di farmi vescovo, pregate Iddio che non mi perda l’anima».
Prima della consacrazione episcopale, celebrata il 20 giugno 1762 nella basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma, consigliarono al neo eletto vescovo di richiedere un privilegio pontificio, dietro pagamento, che gli consentisse di indossare lo zucchetto durante la consacrazione. Alfonso rifiutò con la consueta semplicità: «Toh bella, ho da pagar denaro per fare una mala creanza a Gesù Cristo». Papa Clemente XIII aveva ben compreso la sua statura spirituale. Parlando di lui ad alcuni cardinali, predisse: «Alla morte di monsignor de’ Liguori avremo un altro santo nella Chiesa di Gesù Cristo». Anche nell’uso dei titoli Alfonso rifuggiva ogni forma di onorificenza. Nel 1767, mentre celebrava a Marianella il battesimo del nipote, figlio del fratello Ercole, il parroco che lo assisteva continuava a rivolgersi a lui chiamandolo «Eccellenza». Dopo averlo udito una, due, tre volte, Alfonso sbottò con bonaria semplicità: «Signor parroco, se mi volete dare dell’illustrissimo, fate come volete, o trattatemi da tu a tu, chè farete meglio». Durante la terribile carestia del 1764, sant’Alfonso vendette tutto ciò di cui poteva privarsi per soccorrere i poveri: carrozza con i cavalli, posate, croce pettorale e perfino i preziosi anelli donatigli dallo zio, monsignor Cavalieri, vescovo di Troia. A chi cercava di dissuaderlo dal vendere la carrozza rispose: «San Pietro era Papa e non andava in carrozza, e io non sono da più di san Pietro». Per le celebrazioni liturgiche si fece fare un anello “tarocco” rompendo il migliore “caraffone” dell’episcopio. Un giorno i familiari scherzavano sopra la preziosità dell’anello. Bonariamente Alfonso rispose: «Questo ha fatto la sua comparsa anche in Roma. Ognuno che lo guardava, lo considerava una gran cosa, ma io dicevo tra di me: “Voi non sapete che ho rotto il miglior caraffone per ornare quest’anello”».
Concludiamo questa carrellata di episodi che rivelano il volto più umano e cordiale di sant’Alfonso vescovo con la vicenda delle sue dimissioni. Provato dall’età e da gravi infermità (asma e una doppia artrosi lombare e cervicale) egli scrisse più volte al Papa per essere dispensato dal governo della diocesi di Sant’Agata dei Goti. Nel 1765 scrisse a Clemente XIII: «Se stima che io così vecchio e infermo come sono, seguiti a governare questa chiesa, io voglio morire sotto il giogo per fare la volontà di Dio. Attendo intanto l’oracolo di Vostra Santità, a cui bacio umilmente il piede». Il Papa esaminò attentamente la richiesta e rispose: «Mi basta la sua ombra per esser di giovamento a tutta la diocesi». Sette anni dopo Alfonso riandò alla carica con il nuovo pontefice, Clemente XIV, il quale non tardò a fargli recapitare la risposta: «Mi contento che governi la Diocesi di sopra il letto. Vale più una sua preghiera da dentro il letto, che se girasse per cento anni l’intera diocesi […]. Una preghiera che fa a Dio da dentro il letto vale per cento visite».
I confratelli redentoristi, però, presi da pietà per la sofferenza e la malattia del fondatore gli suggerirono di insistere per le dimissioni; il santo bonariamente rispose: «La voce del Papa è la voce di Dio per me; e muoio contento, se per volontà di Dio io muoio oppresso sotto il peso del vescovado». Un giorno mentre si discuteva ancora di dimissioni Alfonso si lasciò andare a una battuta nei confronti di Clemente XIV: «Questo è monaco capo tuosto, se la fo (la rinuncia) non l’accetta; pazientiamo, ed aspettiamo l’altro papa che viene appresso». Le gravi condizioni di salute indussero il nuovo pontefice, Pio VI, ad accettare le dimissioni di de’ Liguori. Il 9 maggio 1775, tramite il cardinale Bernardino Giraud, gli fece sapere: «Persuaso com’è il Santo Padre dei di lei meriti e pastoral vigilanza soffre di mala voglia il suo ritiro dal governo di codesta chiesa; ma, convinto altresì dei motivi giusti e reali che ha di farlo, non vuol mettere in angustia il di lei spirito, ond’è che accetta la sua rinuncia». Alfonso aveva 79 anni. Pur segnato dalla malattia, continuò a dedicarsi ai redentoristi e alla Chiesa fino alla morte, avvenuta nel convento di Pagani il 1º agosto 1787, all’età di 91 anni.

